अविद्याअस्मितारागद्वेषाभिनिवेशः क्लेशाः ॥३॥

avidyā-asmitā-rāga-dveṣa-abhiniveśaḥ kleśāḥ ॥3॥

In uno dei più importanti libri dello Yoga, Patanjali Yoga Sutra, Maharishi (dal Sanscrito “grande veggente”) Patanjali circa 2.300 anni fa descriveva le 5 maggiori cause di dolore e sofferenza (Klesha):

  1. Mancanza di comprensione o ignoranza (Avidyā): l’incapacità di distinguere tra transitorio ed eterno, tra impuro e puro, tra dolore e gioia, tra immutabile e mutabile.
  2. Ego (Asmitā): quando l’osservatore e l’osservato è una sola cosa si ha l’ego.
  3. Attaccamento (Rāga): l’attaccamento è quando attrazione e volere danno la sensazione di felicità.
  4. Avversione (Dvesha): odio verso gli altri o se stessi.
  5. Paura della perdita (Abiniveśha): paura di perdere qualcosa, qualcuno, il momento, o paura della morte. Colpisce molte persone, incluse quelle intelligenti.

Come riportato nel II Capitolo, Shloka 3, l’ignoranza (Avidyā) è la sorgente di tutte le sofferenze, per questo viene descritta per prima. Interpretiamo e viviamo ciò che è transitorio come eterno: pensiamo che la nostra vita sia eterna, che il nostro corpo, i nostri pensieri, le nostre vite siano eterne e così viviamo e ci atteggiamo nel mondo. Nonostante la consapevolezza della morte, realtà certa, viviamo nel mondo come se non dovessimo morire mai. 1-835Agiamo e pensiamo sempre proiettati nel futuro, un futuro di cui non abbiamo certezza: questa è ignoranza. Avidyā è il risultato di un accumularsi azioni che ripetiamo meccanicamente quasi ciecamente per anni, è lo stato d’ignoranza: è ciò che ci impedisce di conoscere la realtà poiché preferiamo vederla così come vorremmo che fosse. Vedere la purezza in ciò che puro non è o la felicità in ciò che è dolore; esiste un meccanismo di autoinganno sottile per cui ci illudiamo che, quando avremmo ottenuto tutto ciò che desideriamo avere, saremo felici, ma poi ci accorgiamo che desideriamo qualcos’altro, passando tutta la vita a cercare.

Da questa ignoranza nasce l’ego, confondere il nostro corpo, perituro, il nostro aspetto fisico, la nostra identità, l’appartenenza a un ceto sociale, il successo o l’insuccesso con la sola realtà rispetto alla quale misurarsi. Asmitā, avendo perduto la fiducia in noi stessi non possiamo fare altro che cercare di proteggerci e da ciò nasce il senso di IO, che fa si che confondiamo l’assoluto che è in noi con il mondo-manifesto. La verità ultima della filosofia indiana è nell’unità nell’UNO, siamo l’uno, OM. La confusione che ne risulta genera la coscienza, la sensazione di un’esistenza individuale ed autonoma che ci separa dall’assoluto e da origine al senso dell’ego. C’è di conseguenza dualità tra noi e l’assoluto.

Dall’illusoria identificazione della nostra realtà autentica con un “io”, e dunque dalla paura di vederlo non gratificato o sminuito, sorge l’attaccamento: ai nostri affetti, ai nostri possedimenti, alle idee, ai desideri. In tal modo, gli attaccamenti generano l’illusione di poter ripetere all’infinito le esperienze piacevoli, si fonda sulla memoria del piacere (sono attratto da qualcosa perché ricordo che in passato mi ha dato piacere o ho un’aspettativa di piacere), salvo poi sperimentare la frustrazione quando ci si rende conto dell’autoinganno.

Dvesa, ostilità, avversione, repulsione, si basa sul dolore e si fonda sul ricordo del dolore: tutto ciò che mi ricorda anche lontanamente quel dolore deve essere evitato. E questo porta a un grande restringimento della capacità di vivere e di godere perché ovviamente non sempre le esperienze sono dolorose. Il problema dei meccanismi di difesa é che sono talmente rigidi e ripetitivi che, basandosi su una memoria del passato, evitano il verificarsi del presente; da un certo punto in poi smetteremo di esperire per paura di soffrire. L’esperienza spiacevole, se non è correttamente interpretata come occasione di avanzamento spirituale, rimane infatti quella che è, dunque ripetibile all’infinito senza possibilità di riscatto. Si aggiungono così altra ignoranza, illusione, paura, violenza.

Abiniveśha, attaccamento alla vita, paura della perdita e della morte è il risultato di tutti i precedenti. Ad un certo punto ci si può accorgere che queste modalità non conducono in nessun luogo, nasce una frenesia irresistibile di vivere, la paura del divenire, della vecchiaia, della malattia, l’ansietà per la morte, l’attaccamento alla vita, con il suo continuo timore della morte. L’egoismo e l’attaccamento in particolare, alterano la percezione delle cose e dei vissuti e questo ci porta ad attaccarci a “cose” che sono per loro natura temporanee, com’è la vita di una persona. E’ ciò che si nasconde dietro numerose nostre reazioni, come pure dietro a molti meccanismi di stress.

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